Miei ritratti: Volti delle idee
Prefazione di Cesare Colombo al libro “Personaggi” di Vincenzo Cottinelli edito da “LaQuadra”nel 2014 in occasione della mostra all’ Istituto Italiano di Cultura di Praga.
La sequenza di immagini che Vincenzo Cottinelli qui ci presenta, tende a condurci ben oltre la sua attenta visione di fotografo autore. Attraverso queste riprese egli decide di affrontare ancora una volta – al più alto livello – il rapporto tra il linguaggio iconico e le parole. E la scrittura. Ciò avviene (ma solo in apparenza!) attraverso i volti e i gesti dei maggiori tra i protagonisti della letteratura, cui si aggiungono alcuni artisti ed uomini di spettacolo. Stavolta il discorso è ben più complesso, e cercheremo di chiarire perchè. Noi conosciamo i limiti “descrittivi” della fotografia. Essa si configura come una specie di prelievo della realtà fisica, o meglio, della sua apparenza ottica. Alla sua ineguagliabile capacità di dettaglio, di cattura dell’istante, non sempre è possibile aggiungere valori altrettanto precisi che non siano in certo senso simbolici, cioè di origine intellettuale. E infatti Vincenzo sceglie di usare il corpo, il volto, il gesto dello scrittore, come emblemi di uno stile, di un carattere, a cui in certo senso si possano attribuire i valori personali dei testi, delle poesie, dei dipinti.
Anche la cosiddetta ispirazione, il momento decisionale “creativo” della scrittura, non è come tale fotografabile. Così Vincenzo decide di mostrarci, di descriverci la visibile condizione di lavoro di questi scrittori, di questi saggisti, critici, studiosi dell’arte o del pensiero sociale. E inoltre possiamo riconoscere sempre, tra volti e oggetti, anche gli spazi privilegiati delle loro riflessioni mentali (citiamo ad esempio Luigi Baldacci, Lalla Romano, Claudio Magris). Una sorta di territorio del pensiero che si intravede a fianco di sguardi quasi sempre vivaci, attenti e sempre amichevoli. Ma vicini a loro – praticamente in ogni ripresa – stanno anche gli strumenti concreti con cui il lavoro intellettuale si compie, si materializza sulla pagina. E qui Vincenzo ci mostra, ci fa leggere nei protagonisti un capitolo non breve della cultura del Novecento. Dove gli strumenti di scrittura sono quelli precedenti il computer. Sono quelli precedenti la nostra totalizzante “condizione digitale” dove adottiamo l’istantaneità tra pensiero e traduzione grafica delle parole : il tutto con correzioni immediate, ed istantanee, continue modifiche. All’opposto, Vincenzo Cottinelli ci mostra le macchine per scrivere, le penne allineate, addirittura i corredi di matite temperate, poste accanto alle gomme (Vincenzo Consolo, Raffaele La Capria, Alda Merini, Corrado Stajano). A fianco degli artisti in posa, come Giosetta Fioroni o Tullio Pericoli, compaiono tele e tubetti di colore.
Del resto, anche i modelli di linguaggio visivo che Vincenzo adotta ci richiamano alle stagioni storiche del grande fotoreportage europeo. Egli opera, infallibilmente, con la Leica e le sue pellicole in bianco e nero – in luce ambiente, senza sorgenti ausiliarie - per cogliere con naturalezza le mutazioni “mimiche” dei suoi soggetti. Così i suoi volti sorridenti, rilassati, o talvolta chiusi in enigmatiche contrazioni, sembrano raggiungerci da una stagione mitica della nostra cultura, delle nostre idee. Addirittura da una condizione più degna della nostra società. I suoi personaggi sono (quasi) sempre consapevoli, mostrano una propria idea di autorappresentazione davanti all’obbiettivo, che è ben lontana dagli istrionismi televisivi contemporanei. Sottolineano una propria civile appartenenza al mondo delle idee elaborate (anche se non tutte per ipotesi condivisibili) piuttosto che a quello delle superficiali invettive verbali.
Naturalmente anche Vincenzo possiede ed esprime una propria equivalente cultura. Sceglie e riprende chi stima, chi conosce, chi ha letto. Dietro l’obbiettivo non nasconde inutili reverenze, le sue inquadrature restano memorabili senza conoscere alcuna piaggeria. Anzi. Come sempre avviene nel realizzare dei ritratti, si consuma silenziosamente una piccola inconscia schermaglia psicologica tra il fotografo e il suo soggetto. Che avrà un seguito decisivo, quando si tratterà di scegliere gli scatti migliori sul provino a contatto.
E magari senza volerlo Vincenzo Cottinelli riesce ad affiancare al suo dialogo visivo col personaggio che incontra anche una sorta di riflessione critica. Definisce il suo soggetto, mentre lo cattura, ma definisce contemporaneamente anche la propria inclinazione culturale. E a loro modo, anche questi volti esprimono simmetricamente una propria autocoscienza, una consapevolezza non dissimulata del proprio ruolo di fronte alla fotocamera di Vincenzo. Così finisce col crearsi un fecondo scontro dialettico. Davanti a queste pagine (o a queste immagini incorniciate in una mostra) noi leggiamo le opere dell’autore Vincenzo Cottinelli come una sorta di appendice preziosa, di nota critica, posta a piede di pagina dei diversi testi d’autore. Li capiremo meglio? Saremo anche spinti a rileggerli, a correggerli, ad accettarli... o forse in parte a smentirli?