10 - Bomarzo, un bosco filosofico
La prima delle mie Storie fotografiche, che metto in mostra dal 3 ottobre 2026, con il mio testo critico nel libro-catalogo, riguarda il Bosco di Bomarzo, un’opera singolare ideata dal principe Vicino Orsini che, fra il 1548 e il 1552 circa, fece “arredare” tre ettari di sue colline boscose da amici architetti e scultori, pare con interventi anche di Michelangelo. È architettura sparpagliata, parco di strane sculture che lui chiama “il Boschetto”, bizzarri personaggi, teste, facce, animali, mostri e simboli, più inquietanti che divertenti, legati a significati filosofici (il potere, il tempo, la vita, l’amore, la violenza, la morte, l’inferno, i vizi, le virtù).
Non un “Giardino all’Italiana”, ma qualcosa di anomalo dunque: tanto è vero che, nel 1931, il Fascismo lo escluse dall’omonima Mostra Nazionale.
Mia prima visita: settembre 2005; feci pochi scatti con Leica M6, film bianco e nero, lenti 50, 35, 21 mm. Poi scoprii la libertà stilistica che mi dava il “rullo libero” cioè l’assenza del blocco contro le doppie esposizioni, che rende possibili riprese multiple, anche parziali, scivolate, irregolari, creative, usando vecchie fotocamere analogiche di medio formato (affascinanti meccanismi con speciali qualità o difetti e ottiche prestigiose). Così sono nati anche miei altri lavori: “Il sogno del giardino” nel 2012; “La follia del Maharaja” nel 2015; “L’invenzione della Quercia” nel 2018; “Fotografare Venezia” dal gennaio 2019 fino al 2024.
Sono ritornato a Bomarzo nel 2016 con vecchie Zeiss 6x6 e 6x9 e nel 2022 con la Hasselblad 500 (film 120 in bianco e nero).
Non volevo (non potevo) documentare né illustrare Bomarzo come monumento: altri l’aveva già fatto, anche molto bene, fin dai primi del ‘900: non mi interessava, volevo applicare il nuovo metodo di lavoro. Invero ho anche fatto con cura qualche scatto singolo, “normale”, sia nel 2005 che nelle altre due occasioni. Ma le opere di Orsini sono dotate di tali emanazioni e vibrazioni (o esagerazioni) che non pochi di quegli scatti standard entrano in questa Storia a pieno titolo a fianco di quelli più creativi e irregolari.
Nell’antologia messa ora nel sito, segnalo alcuni esempi per me significativi: Giano con quattro facce ha sullo sfondo Cronos (il Tempo), minaccioso e poi moltiplicato; un faccione umano solitario, immerso nei cespugli, con la bocca ferma e lo sguardo che non denotano né un dio né un eroe, bensì un essere pensante, calmo e meditativo, come fosse colui che ha allestito questo “bosco di pensieri sul mondo”,
che ci guarda attento mentre lo stiamo visitando e non invita a divertirci, ma a riflettere; Ercole già ferito a morte solleva per le gambe il servo Lica, per buttarlo in mare, scultura imponente e tremenda, qui si vuol parlare dell’ira, come peccato del singolo, o delle violenze, recenti o mitologiche, di cui è densa la storia umana; poi ci sono le donne, la bellissima Iside da sola o moltiplicata, Proserpina (Persefone per i Greci) seduta nel bosco con in testa un vaso dell’abbondanza, mentre Venere (Psiche) è sdraiata, un po’ in disordine, come estasiata, o stremata dall’amore, non tanto botticelliana; Echidna assomiglia a una sirena con due code divaricate, bella donna anche lei, ma in realtà creatura tremenda della mitologia greca; Nettuno è come un antico romano sdraiato su un triclinio; poi i sette Obelischi, imponenti testimoni della Saggezza. A proposito di valori: il “Buongoverno di Siena”, due secoli prima di Bomarzo, immortalato da Lorenzetti, era fondato su pace, giustizia, uguaglianza, elezioni democratiche degli amministratori
che curavano il bene comune e l’interesse pubblico. Durò meno di settant’anni (1287-1355) e forse Orsini e i suoi amici, nel Boschetto, hanno voluto testimoniare, con la bocca infernale dell’Orco, quel fallimento. Come dicessero: impossibile evitare agli umani di finire qui dentro. L’ho volutamente ripresa, quella bocca, con più scatti mossi in verticale, non come bizzarro monumento, ma orrendo strumento sempre avido di inghiottire masse e popoli. L’ho vista come simbolo della guerra, che è il prodotto criminoso di perfidia,
fanatismo e avidità umana.